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"VAE VICTIS" |
9 Marzo 2010 10.13 - Di: laureus - Fonte: Tempus Vitae
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L'Italia ha incassato, facendoseli anticipare dalle banche, 4,5 miliardi di Euro di contributi INPS che l’Istituto deve ancora raccogliere dai contribuenti. Questa pratica ha permesso di contenere momentaneamente il debito pubblico corrente
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“Vae Victis”: guai ai vinti è la frase, attribuita al condottiero dei Galli Senoni, Brenno, quando nel 390 a.C. dopo aver sconfitto le truppe romane invase la città e la saccheggiò. E’ un motto che ben si attaglia all’attuale terremoto economico che ha investito la Grecia e al mini tsunami che esso sta provocando sulle sponde non solo dell’Egeo, ma dell’oceano finanziario internazionale. Nel museo etrusco di Villa Giulia a Roma – nel cui ninfeo ogni anno si celebra il rito del Premio letterario Strega- si conserva (restituito all’Italia dal museo Getty di Malibu, California) un frammento della Kylix ossia della coppa da vino in ceramica realizzata del grande vasaio e ceramista greco Euphronios che, vissuto attorno al 500 a.C., assieme ad un suo allievo –Onesimos- decorò la coppa che rappresentava l’irruzione dei greci nella reggia del re Priamo a Troia dopo la caduta della città. Nell’immagine si vede l’uccisione di Priamo ad opera del figlio di Achille, Neottolemo, sotto gli occhi atterriti della figlia di Priamo Polissena. Il seguito della storia è narrato da Euripide nella tragedia Ecuba.
La protagonista, da cui il dramma di Euripide prende il nome, moglie di Priamo e madre di Polissena, viene fatta schiava con la figlia dall’esercito greco dopo la caduta di Troia. Mentre la flotta ellenica si accinge alla partenza dalle sponde della Tracia, appare il fantasma di Achille che reclama un sacrificio umano, in assenza del quale impedirà ai venti di alzarsi e alle navi di salpare per riportare in patria dopo dieci anni quel che resta dell’esercito greco. Viene prescelta proprio Polissena che subisce il sacrificio per mano di un riluttante Neottolemo a cui Euripide fa pronunciare queste parole: "padre mio, accogli da me queste offerte propiziatorie, richiamo per i defunti: vieni a bere il puro, bruno sangue di una vergine, è il dono che ti facciamo l'esercito e io. Sii benevolo verso di noi: lasciaci sciogliere le gomene e salpare, concedici un felice ritorno in patria". A questo punto però Euripide coglie il vero stato d’animo di Neottolemo che pur volendo compiacere il fantasma del padre, si accinge a compiere, controvoglia, il gesto sacrificale nei confronti della bellissima Polissena. Così scrive Euripide al vertice letterario del dramma: “Voleva, non voleva l'eroe, mosso da pietà: poi, recise col ferro le vie del respiro”. Voleva, non voleva.
La Grecia di oggi nel campo dei conti pubblici non ha certo l’innocenza e la dignità di fronte alla catastrofe di una Polissena ma ciò che colpisce della vicenda corrente è che anche gli altri paesi dell’area Euro “vogliono, non vogliono” sacrificare la Grecia in cambio della possibilità per la flotta dell’Euro di salpare gli ormeggi e riprendere il suo cammino uscendo dalla stagnazione attuale. L’incertezza è causata da due ordini di motivi: 1) una brusca contrazione dei deficit statali dei paesi della olive belt ossia della zona geografica dove cresce l’ulivo (Portogallo, Spagna, Italia, Grecia) comporterebbe anche una immediata riduzione del loro disavanzo commerciale con la Germania, di entità pari a tutto l’avanzo corrente tedesco e costringerebbe Berlino a perseguire una politica di deficit spending per sostenere l’economia ed evitare di rimanere –stavolta proprio lei- a lungo in recessione, 2) quello che ha fatto la Grecia per nascondere i dati del suo indebitamento reale lo hanno fatto molti altri paesi in precedenza nell’area Euro. Vediamo come.
L’Italia ad esempio ha approfittato sino al 2002 delle possibilità che offrivano i laschi principi contabili fissati da Eurostat per “massaggiare” i propri conti pubblici, mostrando un livello di indebitamento inferiore al reale e attraverso tale espediente è riuscita ad entrare nel 1997 nell’Euro con la prima ondata di paesi pur non avendo i fondamentali economici in ordine previsti per l’ingresso.
Molti paesi e fra essi la Grecia hanno usato indiscriminatamente a volte i tassi di cambio storici (originari) in valute estere per calcolare l’indebitamento pubblico e a volte quelli correnti combinandoli con strumenti derivati per occultare la realtà.
I “magheggi” non si limitavano solo a Grecia, Italia, Portogallo e Spagna, ma venivano praticati in varie forme (operazioni fuori bilancio) anche da altri paesi compresa la Germania: quest’ultima per importi considerevolissimi (50 miliardi €) e sono stati messi in atto sino a pochi mesi fà, come emerge dal seguente passo della medesima corrispondenza Reuters del 22 febbraio 2010 (“German Chancellor Angela Merkel led the bandwagon of politicians bashing bankers -- already suffering from a public image debacle ever since the credit crisis -- saying it would be "a disgrace" if they had been party to "falsifying Greek national statistics." Bankers noted, however, that Germany is no stranger to off-balance sheet vehicles. KfW, the German state-guaranteed development bank borrowed 50 billion euros last year, a sum that does not appear on the state's budget).
Oltre all’uso improprio di strumenti derivati e a veicoli “fuori bilancio statale”, questo museo degli orrori si arricchisce anche delle cosidette pratiche di “shifting liabilities”, capaci di far risultare il debito attuale complessivo inferiore alla realtà in conseguenza della pratica di aver venduto in passato contributi non ancora pervenuti ma che si dovrebbero incassare in futuro. Ciò comporterà, come ovvio, un minore apporto di liquidità ai conti pubblici quando essi saranno dovuti negli anni a venire (una sorta di anticipazione su fatture da emettere).
La Reuters cita al riguardo in modo esplicito il caso dell’Italia che ha incassato -facendoseli anticipare dalle banche- 4,5 miliardi di Euro di contributi INPS che l’Istituto deve ancora raccogliere dai contribuenti. Questa pratica ha permesso di contenere momentaneamente il debito pubblico corrente a discapito di quello degli anni a venire e il bilancio non potrà conteggiarli fra gli introiti statali: perché già ceduti alle banche (“It is not just derivatives. European sovereigns' game of shifting liabilities off their balance sheets once provided fruitful ground for the now tarnished securitization sector…Italy kicked of the craze 10 years ago by selling a 4.5 billion euro securitization backed by unpaid social security payments at the Istituto Nazionale Previdenza Sociale (INPS). The early years of the single currency was marked by a series of similar asset-backed securitizations for Italy and other states such as Portugal, Greece and Belgium. Then in May 2005 Germany joined in, selling 8 billion euros of civil service pension rights backed by payments from former state-owned companies Deutsche Telekom, Deutsche Post and Deutsche Postbank. Eurostat did not allow the German securitization count as part of state borrowings, a stance which has seen the flow of deals grind to a halt).
Ora il problema sarebbe serio, ma non serissimo se l’esplodere dell’indebitamento pubblico fosse limitato ad un nucleo ristretto e tutto considerato limitato di paesi quali sono quelli del gruppo della olive belt citata sopra. Ma non è così.
Il problema risiede nel fatto che, a seguito della crisi iniziata nell’agosto 2007 e di quanto avvenuto negli anni successivi, i deficit pubblici sono esplosi ovunque nel mondo ed è pertanto possibile che il combinato disposto della massa monetaria aggiuntiva iniettata nel sistema in questi anni per evitarne il collasso e della sottaciuta ma crescente volontà di paesi ancora al di sotto della soglia del 100% del rapporto fra debito cumulato negli anni e Prodotto Interno Lordo (cosiddetto rapporto deficit/PIL), porti questi paesi a premere segretamente per una politica di “permissivismo inflazionistico” ossia di accondiscendenza all’inflazione.
Se l’inflazione cresce molto, accade infatti che il debito pubblico – se contenuto più o meno sui livelli attuali- si riduca in termini reali in pochi anni. Questa strategia funziona se il rapporto debito pubblico/PIL viaggia attorno al 60% o al massimo 70%, ma non funziona più se il rapporto –come nel caso di specie italiano- eccede il 115%, perché in questo caso l’ammontare degli interessi da pagare sul debito esorbita il teorico vantaggio dell’erosione che l’inflazione può provocare in termini reali sul debito stesso. E’ come immaginare che si voglia creare una trincea piena di ghiaia per rallentare la corsa di un autobus che è lanciato verso un precipizio. Se l’autobus è vuoto ed è pertanto leggero, il terrapieno di ghiaia può rallentarne e forse frenarne la corsa; ma se l’autobus è a pieno carico la ghiaia funzionerà da scivolo e trampolino e ne accelererà la corsa verso il precipizio. Noi in Italia siamo l’autobus pesante.
Questi pericoli gli investitori, che si aggirano sui mercati con il portafoglio pieno di liquidità creata dalla generosa politica monetaria degli stati e dei loro governi praticata negli anni recenti, li annusano ed è questo il motivo per cui stanno uscendo più rapidamente dalla crisi quei paesi: o che hanno il rapporto deficit/PIL più basso o che perseguono con più convinzione politiche antinflazionistiche. A quest’ultimo riguardo…
…Un recente studio del Fondo Monetario Internazionale sostiene che paesi che dispongono di politiche “inflation targeting” (cosiddetti “paesi IT” in cui il tasso di inflazione è mantenuto fin dove possibile stabile e contenuto a spese di altre variabili come il tasso di cambio o i tassi di interesse, che invece vengono lasciati fluttuare) stanno uscendo più rapidamente dalla crisi dei paesi che non hanno politiche di attenzione e contenimento della inflazione.
Quando Brenno finite di saccheggiare le parti pianeggianti di Roma tentò di notte di dare la scalata al Campidoglio le oche sacre a Giunone, secondo la leggenda, diedero l’allarme ammonendo i difensori dell’attacco in corso. In quel luogo fu poi eretto un tempio a Iuno Moneta (Giunone Ammonitrice) che col tempo divenne la zecca di Roma in cui venivano coniate le monete che appunto dal nome di quel tempio prendono nome. Ma a cacciare definitivamente Brenno da Roma non furono le oche o le monete d’oro, bensì Furio Camillo che a fronte di una richiesta di bottino in oro avanzata dal capo dei Galli pronunciò la famosa frase "Non auro, sed ferro, recuperanda est Patria" non con l’oro, ma col ferro si difende la patria.
di EUTIMIO TILIACOS Linacre College Oxford University
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